lunedì 3 gennaio 2011

Articolo di Massimiliano Ferri

L’invito di Milena Renzi lo avevo segnato tra gli eventi da ricordare.
Se alle 20.33 l’amico elettronico segnala che il ritrovo è fissato alle ore 20.30, al timido accenno di alt della pattuglia dei carabinieri si può anche far finta di non aver capito bene.
Con una temperatura prossima allo zero è raro trovare persone disposte a fornire indicazioni, ma il 20 dicembre 2010 verrà ricordata come una serata dal clima mite.
Sopra la Mofa a Morciano di Romagna, Ezio Angelini è stato nominato presidente del nuovo circolo Acli che è attuale sede del Lions Club Valle del Conca.
Non sono bene dove cominci la discrezione e dove finisca la timidezza, subisco il fascino della disinvoltura, i volti noti rasserenano la curiosità per un luogo che sembra creato ad hoc per ospitare un elitario torneo di scacchi.
Nell’arte dell’arredamento Letizia Fabbri è delicata quanto lo è nell’accogliere gli ospiti.
Nel banchetto dove ho preso in mano “Ciliegie e Zafferano” si respira l’aria del Natale.
- “Sono io”…
- “Sì”.
- “Quella del libro”…
- “Sì Sì.”
Milena Renzi è vestita di nero, l’abito fa pendant con i lunghi capelli corvini.
“Ciliegie e Zafferano” è ambientato nel 1469, divoro con disinvoltura le prime 30 pagine, voglio essere preparato sul pezzo quando fra pochi minuti il libro sarà presentato al folto pubblico.
Quando le foto si mettono a parlare sembrano come più “vive” e in quella meravigliosa alchimia in cui gli opposti si attraggano è curioso quando ad incontrarsi siano due scrittori e non si trovi una penna che possa far decollare il discorso.
Delle 125 pagine in cui si dipana questo romanzo breve, ne avrò lette a fine serata ben 32! In compenso la mattina seguente l’ho divorato nelle 2 ore in cui sono stato immerso in sali da bagno rigorosamente allo zafferano.
Bisogna affermarlo sottovoce, ma si tratta di un giallo. I critici lo definiscono un romanzo decisamente crudele e passionale al contempo, ove mi sfugge la semantica del contempo od il nesso illogico tra il crudele ed il passionale.Quando poi si afferma che il romanzo spazia tra lo storico, l’erotico e la commedia, il critico sembra eccitarsi dal contemporaneo abbandono di ogni forma di pudore, dimentico che l’erotismo storico sia pudico quanto lo possa essere un ignudo braccio proteso a raccogliere un dolce frutto di ciliegio. Di certo non ci si sbaglia nel definire il racconto entusiasmante, ne che per l’autrice la struttura narrativa sia un qualcosa di congenito.Più che nella natura dei sentimenti scatenati dalla lettura del libro, la mia attenzione si è focalizzata nel sacrificio a cui viene chiamata la madre, un sacrificio eroico, un sacrificio non necessario, sintomatico di stanchezza nei confronti di una esistenza vissuta senza eguaglianza, ma di speranza che divampa.E’ un libro che dalla prima all’ultima pagina è pregno d’amore.
Milena Renzi è una scrittrice prolifera autore di ben altri 17 libri, alcuni sono andati esauriti, ma dopo le feste farò visita a La Morosina, dopo un ciclo vitale di zodiaco cinese potrò nuovamente contribuire alla lotta contro la distrofia muscolare.
“Scrivere è una sorta di medicina” – specialmente a Natale – “una sorta di grandissimo cerotto colorato che va a ricoprire spesso un cuore che sanguina. Un cuore abbastanza scoperto. Un cuore che si emoziona. Un cuore che soffre”.“La scrittura è terapeutica e terapeutico anche il modo in cui la si può utilizzare.” – riguardo al modo in cui vengono investiti i ricavi – “Agli affetti da distrofia muscolare non serve l’organizzazione di feste in maschera, poiché non vi è nulla da festeggiare, ma servono i sussidi ai ragazzi affinché si possano comprare macchinari che siano in grado di dar loro respiro”.“La malattia non è un difetto, la malattia è il difetto che crea il pregio. Bisogna trovare sempre il compromesso. Si può mettere un bellissimo vestito da sera, però viste le difficoltà si possono mettere le scarpe da tennis sotto.”

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domenica 24 ottobre 2010


Prologo



Turrivalignani 1469



Sarebbe stato molto meglio se non fossi nato.


Ripensando alla mia infanzia, mi domando come io sia riuscito a sopravvivere.


Naturalmente è stata una infanzia infelice, altrimenti non ci sarebbe stato il gusto.


Ma una infanzia infelice a Turrivalignani e nelle mie condizioni poi, è peggio di una infanzia infelice qualunque.


Gente che si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di esistenza se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione valignanese in quell’epoca: la povertà, il padre alcolizzato chiacchierone e buono a nulla, la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco, una sorella un po’ troppo libertina, i preti boriosi, i maestri arroganti, i Conti Valignani, che ci fecero cose tremende per lunghissimi anni.


E poi tutta quella pioggia, quell’umidità.


Nella Valle Pescarina, si formavano grandi quinte di pioggia che risalivano dolcemente lungo il fiume, per stabilirsi in eterno sulla nostra contrada.


La pioggia bagnava il borgo da settembre a marzo, scatenando uno sgangherato concerto di tossi secche, rantoli asmatici, raspi bronchiali e gracchi tubercolotici.


Trasformava i nasi in fontanelle, i polmoni in spugne batteriche, e dava la stura ad una miriade di rimedi: per sciogliere il catarro bisognava lessare una cipolla nel latte; per le congestioni si faceva un impiastro di farina e ortiche bollite, che andava riposto un uno straccio di lino e poi sbattuto, ancora sfrigolante, sul petto del malato.


Da settembre a marzo i muri della mia contrada luccicavano di umidità. Le vesti non si asciugavano mai, i mantelli di lana ospitavano organismi viventi e a volte vi cresceva sopra una vegetazione misteriosa. In casa il vapore che saliva dai nostri corpi, e dagli indumenti bagnati, arrivava alle narici mischiato al fumo di pipa, all’odore di piscio dei cessi all’aperto dove in molti finivano a vomitare la piccola paga della settimana.


La pioggia ci spingeva nella piccola chiesa, il solo rifugio, il solo conforto, il solo posto asciutto che si conoscesse.


Durante la messa, la benedizione, le novene, ci si stringeva in crocchi folti e umidicci, e si sonnecchiava con le litanie del prete che ronzavano nelle orecchie, mentre il vapore si levava di nuovo dai nostri abiti per mescolarsi alla dolcezza dell’incenso, dei fiori e delle candele.


Turrivalignani aveva la fama di essere un borgo molto religioso, ma noi tutti sapevamo che lo fosse solo per via della pioggia.




sabato 23 ottobre 2010