domenica 24 ottobre 2010


Prologo



Turrivalignani 1469



Sarebbe stato molto meglio se non fossi nato.


Ripensando alla mia infanzia, mi domando come io sia riuscito a sopravvivere.


Naturalmente è stata una infanzia infelice, altrimenti non ci sarebbe stato il gusto.


Ma una infanzia infelice a Turrivalignani e nelle mie condizioni poi, è peggio di una infanzia infelice qualunque.


Gente che si lamenta delle tribolazioni patite nei primi anni di esistenza se ne trova dappertutto, ma niente regge il confronto con la versione valignanese in quell’epoca: la povertà, il padre alcolizzato chiacchierone e buono a nulla, la madre pia e derelitta che geme accanto al fuoco, una sorella un po’ troppo libertina, i preti boriosi, i maestri arroganti, i Conti Valignani, che ci fecero cose tremende per lunghissimi anni.


E poi tutta quella pioggia, quell’umidità.


Nella Valle Pescarina, si formavano grandi quinte di pioggia che risalivano dolcemente lungo il fiume, per stabilirsi in eterno sulla nostra contrada.


La pioggia bagnava il borgo da settembre a marzo, scatenando uno sgangherato concerto di tossi secche, rantoli asmatici, raspi bronchiali e gracchi tubercolotici.


Trasformava i nasi in fontanelle, i polmoni in spugne batteriche, e dava la stura ad una miriade di rimedi: per sciogliere il catarro bisognava lessare una cipolla nel latte; per le congestioni si faceva un impiastro di farina e ortiche bollite, che andava riposto un uno straccio di lino e poi sbattuto, ancora sfrigolante, sul petto del malato.


Da settembre a marzo i muri della mia contrada luccicavano di umidità. Le vesti non si asciugavano mai, i mantelli di lana ospitavano organismi viventi e a volte vi cresceva sopra una vegetazione misteriosa. In casa il vapore che saliva dai nostri corpi, e dagli indumenti bagnati, arrivava alle narici mischiato al fumo di pipa, all’odore di piscio dei cessi all’aperto dove in molti finivano a vomitare la piccola paga della settimana.


La pioggia ci spingeva nella piccola chiesa, il solo rifugio, il solo conforto, il solo posto asciutto che si conoscesse.


Durante la messa, la benedizione, le novene, ci si stringeva in crocchi folti e umidicci, e si sonnecchiava con le litanie del prete che ronzavano nelle orecchie, mentre il vapore si levava di nuovo dai nostri abiti per mescolarsi alla dolcezza dell’incenso, dei fiori e delle candele.


Turrivalignani aveva la fama di essere un borgo molto religioso, ma noi tutti sapevamo che lo fosse solo per via della pioggia.




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